Prima che il grande pubblico imparasse a riconoscerlo, Venerus era già una delle voci di cui parlavano tutti quelli che stavano attenti. Andrea Venerus, milanese di San Siro, classe 1992, aveva fatto una cosa poco italiana: a diciotto anni era partito per Londra e c’era rimasto cinque anni, tornando con un bagaglio di soul, elettronica e psichedelia che dalle nostre parti, allora, non abbondava. Si sente nella voce — un falsetto morbido, sospeso, che più di un ascoltatore ha accostato a James Blake e Jamie Woon — e in quella cadenza un po’ obliqua, da inglese che canta in italiano.
Il suo nome cresce dentro un giro preciso: quello dell’Asian Fake e del produttore MACE, la piccola factory milanese che a cavallo tra 2018 e 2020 stava ridisegnando i confini tra cantautorato, soul e urban. Con Gemitaiz e Franco126 firma “Senza di me” (2018), che arriva al doppio disco di platino; con MACE incide “Love Anthem No.1” (2019). Nel mezzo pubblica due EP, A che punto è la notte (2018) e Love Anthem (2019), piccoli manifesti di un’idea di pop che non somigliava a nient’altro in circolazione. Nell’estate del 2019 se lo contendono i festival: al MI AMI si presenta come uno dei nomi da tenere d’occhio.
È in questa fase che l’Alcazar lo intercetta, e per due volte. Prima nell’estate 2019, in un evento firmato dal locale allo spazio Ex Forlanini; poi di nuovo nel gennaio 2020, in un concerto vero e proprio. Sono date che oggi si riguardano con un certo gusto, perché precedono il disco che lo avrebbe consegnato a una platea più larga. Magica musica, l’esordio sulla lunga distanza, sarebbe uscito solo nel 2021 per Asian Fake e Sony: un album pieno di ospiti — Frah Quintale, Rkomi, Gemitaiz, i Calibro 35 — in cui il soul di Venerus si allarga fino alla psichedelia e a un gospel filtrato, straniato. Al tempo delle due serate romane tutto questo era ancora promessa, non ancora storia.
Dal vivo Venerus è polistrumentista e produttore prima ancora che frontman: costruisce i brani come fossero stanze, tiene i tempi larghi, lascia che una nota di tastiera resti sospesa più del dovuto. La parola che usa più spesso, quando racconta la sua musica, è “umana” — una musica che non nasconde le imperfezioni, anzi le mette al centro. In una sala come l’Alcazar, ex cinema con il fascino un po’ consumato di certe notti trasteverine, quel modo di stare sul palco trovava la cornice giusta.
Chi c’era in quel gennaio 2020, poche settimane prima che il mondo si fermasse, ricorda la sensazione precisa di seguire un artista ancora in rampa di lancio, con l’aria di chi sapeva di essere arrivato in anticipo.
Venerus ha suonato all’Alcazar Live nel gennaio 2020, dopo essere già stato protagonista, nell’estate 2019, di un evento firmato Alcazar allo spazio Ex Forlanini.