Dominic Miller

Il suo nome, per anni, è stato scritto in piccolo sui libretti dei dischi di Sting. Eppure se conoscete “Shape of My Heart” a memoria, conoscete già Dominic Miller: quell’arpeggio che apre il brano, giro di corde malinconico e ipnotico, lo ha scritto lui, ed è diventato uno dei riff di chitarra più riconoscibili del pop degli anni Novanta. Firmata con l’ex Police nel 1993, ai tempi dell’album Ten Summoner’s Tales, la canzone è poi finita in parecchie colonne sonore, su tutte il finale di Léon, e ha fatto di Miller uno dei chitarristi più ascoltati e meno riconosciuti in circolazione.

Argentino di Buenos Aires, nato nel 1960 da madre irlandese e padre americano, Miller accompagna Sting su disco e sul palco dal 1990: trent’anni buoni di sodalizio, dai tempi di The Soul Cages in avanti. Prima ancora aveva fatto la gavetta del turnista di lusso, da Phil Collins in giù. Ma la storia interessante, quella meno ovvia, è l’altra: quella del Miller solista, che a un certo punto smette di essere soltanto la spalla e comincia a firmare dischi a suo nome.

Da solista, in verità, incideva già dagli anni Novanta — First Touch è del 1995 — ma è con la ECM di Manfred Eicher, l’etichetta tedesca del jazz sussurrato e delle copertine spoglie, che la sua musica trova la cornice giusta. Ci arriva con Silent Light (2017) e ci resta: nel 2019 pubblica Absinthe, nel 2023 Vagabond. Absinthe, in particolare, è il disco che vale la pena tenere a mente per capire cosa Miller sia diventato lontano dai grandi palasport. Registrato in Provenza, allo studio La Buissonne, nasce da un’ossessione dichiarata per la pittura impressionista — la luce tagliente del Sud della Francia, il mistral e, sì, anche l’assenzio che faceva impazzire quei pittori. Attorno alla sua chitarra classica c’è una band che è un piccolo lusso: il bandoneon di Santiago Arias, la batteria di Manu Katché, le tastiere di Mike Lindup dei Level 42.

E qui Roma entra nel racconto. Miller si presenta all’Alcazar il 22 febbraio 2019, a una settimana esatta dall’uscita di Absinthe: un concerto che cade proprio sulla soglia del nuovo disco, quando i brani erano già pronti ma il vinile non era ancora nei negozi. Chi c’era ha ascoltato quella musica quasi in anteprima, in una sala che prima di ospitare concerti era un cinema — dettaglio che, per un disco nato guardando quadri, non stona affatto.

Dal vivo Miller è l’opposto del chitarrista che si mette in mostra. Poche note, molto silenzio intorno, la nylon che detta tempi lenti e lascia parlare gli altri. È la lezione ECM, ma è anche il suo carattere: uno che ha passato una carriera a mettere la parte giusta al posto giusto, e che nei suoi dischi ha finalmente potuto scrivere anche le domande, non solo le risposte.

Dominic Miller ha suonato all’Alcazar Live il 22 febbraio 2019.

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