Braxton Cook

Braxton Cook ha due voci. Una è quella del sax contralto, strumento con cui è cresciuto e che maneggia con la disinvoltura di chi ha fatto le scuole giuste; l’altra è quella vera, la sua, che a un certo punto ha deciso di usare anche per cantare. È una scelta meno ovvia di quanto sembri. Nel jazz il sassofonista che canta rischia sempre di sembrare un dilettante da una parte o dall’altra — e Cook, invece, ha trovato il modo di far convivere le due cose senza che nessuna delle due suoni come un ripiego.

Nato nel 1991 e cresciuto nell’area di Washington, all’inizio aveva imboccato una strada diversa: si era iscritto a Georgetown, prima di lasciare gli studi che aveva cominciato e trasferirsi alla Juilliard, la scuola che a New York sforna buona parte dei musicisti che contano. Lì, a un concerto di Donald Harrison, ha incontrato il trombettista Christian Scott aTunde Adjuah, e da quell’incontro è nato uno dei sodalizi che gli hanno dato il nome: Cook ha suonato e girato a lungo con la band di Scott, in anni in cui quel gruppo stava ridisegnando i contorni del jazz contemporaneo.

Il suo, di jazz, non sta mai fermo su un solo registro. C’è il post-bop della formazione classica, certo, ma anche il soul, il funk, l’R&B e perfino qualche eco gospel e hip hop — un impasto che si sente fin dai primi dischi. “Somewhere in Between”, del 2017, dice già dal titolo dove si colloca: nel mezzo, tra generi che di solito si tengono a distanza. Da lì la sua discografia è cresciuta con costanza — “Fire Sign” nel 2020, “Who Are You When No One Is Watching?” nel 2023 — fino alla firma con la Nettwerk e ai lavori più recenti, in cui la componente cantata si è fatta sempre più centrale.

Non è un caso che il suo nome compaia anche in contesti lontani dal jazz puro: ha collaborato con Mac Miller, con i Lion Babe, con Solange, e la lista dei suoi crediti attraversa mondi che di rado si toccano. È il profilo del musicista cresciuto negli anni Dieci, quello per cui la separazione tra jazz e pop è più un’abitudine dei critici che una realtà di studio.

All’Alcazar è arrivato l’8 marzo 2024, e la sala di Trastevere — quella ricavata da un vecchio cinema — è il tipo di club dove una musica così dà il meglio: abbastanza vicina da far sentire il fiato dentro l’ancia, abbastanza informale da lasciare spazio a un cantato che vive di dettagli. Un concerto da ascoltare seduti sul bordo, più che da guardare a distanza.

Cook appartiene a una generazione di strumentisti che non ha paura di scavalcare i recinti. Il sax gli dà la tecnica e la storia; la voce, tutto il resto. Sentirli dialogare dal vivo è il modo migliore per capire che, in fondo, si tratta della stessa persona che parla due lingue diverse.

Ha suonato all’Alcazar Live l’8 marzo 2024.

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