Ci sono due Alan Sorrenti, e per anni gli ascoltatori si sono divisi su quale fosse quello vero. Il primo è il ragazzo napoletano — madre gallese, Gwendalin Thomas, cantante di tradizione, e una sorella, Jenny, che avrebbe guidato i Saint Just — che nel 1972 pubblica “Aria” e sembra arrivare da un altro pianeta. Il secondo è la stella da discoteca che cinque anni dopo canta “Figli delle stelle” e non esce più dalle radio. In mezzo c’è una delle parabole più discusse della musica italiana.
Partiamo da “Aria”, perché è lì che si capisce di che pasta è fatto. Disco d’esordio per la EMI, quattro lunghi brani, la voce usata come uno strumento più che per dire parole: vocalizzi, melismi, un canto che si allunga e si spezza sull’onda della lezione di Tim Buckley. La title track d’apertura sfiora i venti minuti e ci si incunea il violino di Jean-Luc Ponty; alle percussioni c’è un giovane Tony Esposito. È uno dei vertici del progressive italiano, di quelli che non hanno bisogno di draghi e castelli per volare alto. Sulla stessa lunghezza d’onda arrivano “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (1973) e l’album omonimo del 1974: la stessa Napoli visionaria, la stessa voce a caccia di cielo.
Poi la svolta. Metà anni Settanta, la California, i musicisti della West Coast: “Sienteme (It’s Time to Land)”, del 1976, cantato in inglese, è già un piede nell’altro mondo. L’atterraggio vero è “Figli delle stelle” nel 1977, e nel 1979 arriva “Tu sei l’unica donna per me”, successo in mezza Europa. I puristi gridarono al tradimento — il profeta prog che si vende alla discomusic — ma con gli anni quella giravolta ha smesso di somigliare a una resa e ha cominciato a sembrare un lampo di fiuto: pochi, in Italia, avevano annusato il disco con quell’anticipo. Del resto “Figli delle stelle” è disco vera, tirata a lucido, con quel falsetto sospeso che sembra ancora arrivare da “Aria”, solo trasportato in pista.
Il resto è una carriera lunga, tra alti e bassi e ritorni, fino a “Oltre la zona sicura” del 2022. “Figli delle stelle”, intanto, è diventata una di quelle canzoni che ogni generazione riscopre e canta senza sapere bene da dove venga, buona per un karaoke come per una tesi sul costume italiano. E lui, a settant’anni passati, resta un performer curioso, poco incline a fare soltanto il nostalgico. All’Alcazar torna volentieri: una prima volta nel 2024, poi di nuovo nel luglio 2025, quando l’ex cinema di Trastevere apre il Garden e si suona all’aperto — che per uno che ha portato le stelle in classifica è un dettaglio quasi troppo bello per essere vero.
Alan Sorrenti ha suonato all’Alcazar nel 2024 e all’Alcazar Garden nel luglio 2025.