Nel 1980 un pezzo italiano si mise a fare una cosa che dalle nostre parti non faceva quasi nessuno: invece di cantare, parlava. “Ma quale idea” era Pino d’Angiò che snocciolava le sue frasi da seduttore disincantato sopra un groove funky preso di peso da “Ain’t No Stoppin’ Us Now” di McFadden & Whitehead, hit americana dell’anno prima. Vendette una quantità enorme di copie, in Italia e fuori — milioni, con una diffusione che superò di slancio i confini nazionali —, e consegnò al suo autore un posto un po’ anomalo nella storia della nostra musica leggera.
Dietro il personaggio del dandy c’era Giuseppe Chierchia, nato a Pompei nel 1952. Uomo coltissimo — aveva studiato medicina a Siena — portava nella canzone un’ironia e un mestiere di scrittura che lo tenevano a distanza dal disco-ballo puro e semplice. Aveva la battuta pronta e il gusto della citazione, e nei suoi testi la seduzione era sempre un gioco dichiarato, mai una cosa da prendere sul serio. Quel modo di porgere le parole, mezzo cantato e mezzo recitato, gli è valso negli anni la fama di antenato del rap italiano: un’etichetta che gli sta stretta, ma che qualcosa di vero lo dice, se si pensa a quanti, dopo di lui, hanno costruito canzoni sulla cadenza del parlato.
La sua carriera non si è esaurita in quel singolo. Ci sono altri pezzi — da “È libero, scusi?”, il debutto del 1979, fino a cose come “Un concerto da strapazzo” e “Fammi un panino” — e c’è il lavoro dietro le quinte, da autore: sua, per esempio, “Ma chi è quello lì” portata da Mina. Negli anni ha fatto anche il conduttore, lo scrittore, il presentatore televisivo, sempre con quell’aria di chi non si prende mai troppo sul serio.
Il pubblico più giovane lo ha riscoperto tardi, e per una via inattesa. Al Festival di Sanremo 2024, nella serata delle cover, è salito sul palco dell’Ariston con i bnkr44 per rifare proprio “Ma quale idea”: un vecchio funambolo della parola in mezzo a sei ragazzi cresciuti ad autotune, e il cortocircuito ha funzionato. La nuova versione di “Ma quale idea” che ne seguì fu certificata disco di platino, un ritorno in classifica a oltre quarant’anni dall’originale. Pochi mesi dopo, nel luglio di quello stesso anno, Pino d’Angiò è mancato.
Quando all’Alcazar è passato, nel 2023, era ancora nel pieno di quella lunga coda di concerti che lo teneva in giro. La sala di Trastevere lo ospitò due volte nel giro di sei mesi: d’inverno al chiuso, d’estate all’aperto, quando il locale diventa Alcazar Garden. Ripensarci oggi, col senno di poi, dà a quelle date un valore diverso — non di rimpianto, ma di fortuna: c’era, e chi c’era se lo ricorda.
Pino d’Angiò all’Alcazar Live, 6 gennaio 2023; e all’Alcazar Garden, 24 giugno 2023.