Habibi Funk

Tutto comincia da un viaggio. Nel 2012 Jannis Stürtz passa qualche giorno a Casablanca e torna a Berlino con la testa piena di suoni che in Europa quasi nessuno conosceva: funk, soul e disco incisi tra gli anni Sessanta e Ottanta in Marocco, Egitto, Algeria, Sudan, Libano. Da quella folgorazione nasce Habibi Funk, etichetta che da allora fa una cosa apparentemente semplice e in realtà complicatissima: ritrova questi dischi, li ristampa e li rimette in circolo.

La parte difficile non è tanto scovare i nastri quanto trattare con chi li ha incisi. Stürtz ha impostato il lavoro su un principio che ripete in ogni intervista: dividere i profitti a metà con gli artisti o con le loro famiglie, per non ripetere i vecchi schemi di sfruttamento che hanno segnato la storia delle riedizioni. È un’etica, prima che un metodo, e si sente nel modo in cui la label racconta ogni ristampa, sempre accompagnata da note, foto, storie personali.

Il catalogo è una piccola geografia sentimentale. C’è il marocchino Fadoul, voce ruvida e groove tiratissimo; c’è l’algerino Ahmed Malek, con le sue musiche pensate per il cinema; ci sono gli egiziani Al Massrieen, e dal Sudan arrivano Kamal Keila e Sharhabil Ahmed, quest’ultimo salutato come il re del jazz sudanese. Accanto ai singoli nomi c’è la serie di compilation “An Eclectic Selection of Music from the Arab World”, diventata negli anni una specie di manuale d’ingresso per chi voglia orientarsi in questo repertorio.

Dal vivo Habibi Funk è soprattutto Stürtz dietro i piatti, con i dischi veri tra le mani. Non è un dj set costruito sull’effetto o sul drop: è un lavoro di scavo, il digging portato in consolle, dove ogni brano ha un peso e viene presentato quasi come si presenta un ospite. Il pubblico balla, certo, ma balla su musica che nella maggior parte dei casi non aveva mai sentito, e che grazie a queste serate torna a circolare fuori dagli archivi e dai mercatini.

Con l’Alcazar il rapporto è diventato una piccola abitudine. La prima volta è dell’aprile 2023, in una sala che al soul, al funk e alle radici black della pista guarda da sempre con affetto; l’anno dopo il ritorno, quasi alla stessa data, come a confermare un’intesa; poi ancora l’estate successiva, con il locale nella sua veste all’aperto. Tre passaggi che dicono meglio di qualsiasi comunicato quanto quel dialogo tra Trastevere e il repertorio arabo abbia funzionato.

C’è qualcosa di giustamente ostinato in tutto questo. Riportare in vita un pezzo di Beirut o del Cairo dimenticato da decenni, farlo suonare in un ex cinema romano davanti a gente che lo scopre per la prima volta, significa restituire a quella musica il futuro che le circostanze le avevano tolto. Habibi Funk lo fa senza nostalgia da collezionista, con la convinzione che certi dischi meritino semplicemente di essere ballati ancora.

Habibi Funk è passato dall’Alcazar il 1º aprile 2023, il 24 aprile 2024 e di nuovo nel luglio 2025.

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