Il nome è una piccola furbata: Ben l’Oncle Soul, cioè lo zio Ben, preso di peso dal riso in scatola e piegato a insegna musicale. Dietro c’è Benjamin Duterde, di Tours, classe 1984, uno che ha scelto di cantare soul in un paese — la Francia — che con quel genere ha un rapporto sincero ma non scontato. La trovata del nome dice già molto del personaggio: ironia, gusto retrò, e la voglia di non prendersi troppo sul serio pur facendo una musica che, sul serio, la prende eccome.
Duterde viene dal gospel: prima di firmare a suo nome ha cantato negli anni Duemila con un coro, il Fitiavana, e quella scuola si sente tutta — nel modo di appoggiare le note, nel calore, in quel fraseggio che non ha bisogno di strafare. Quando la Motown, nella sua costola francese, gli ha messo sotto un contratto, il gioco era fatto: l’EP “Soul Wash”, nel 2009, era una manciata di cover rifatte in stile vintage, con arrangiamenti di fiati e quel suono che guarda dritto agli anni Sessanta di Detroit e di Memphis.
Poi è arrivato il disco che lo ha fatto conoscere davvero. “Ben l’Oncle Soul”, omonimo, esce nel 2010 e arriva tra i primi posti delle classifiche francesi. Dentro c’è “Soulman”, il pezzo che ancora oggi la gente canta senza sapere di chi sia, e c’è la cover che gli ha dato una fama internazionale: “Seven Nation Army” dei White Stripes trasformata in un brano soul, con i fiati al posto di quel riff di basso che tutti gli stadi del mondo conoscono. Un’idea semplice e spiazzante insieme, il genere di rilettura che o funziona subito o non funziona affatto. Ha funzionato.
Da lì la carriera si è mossa senza fretta: “À Coup de Rêves”, nel 2014, lo ha spinto verso la chanson, con più testi in francese e meno citazioni d’oltreoceano, e negli anni successivi ha continuato a girare intorno allo stesso nucleo — la soul music come lingua madre adottiva, mai come costume di scena. È un artista da palco, prima ancora che da studio: la sua voce ha bisogno di una band vera, di ottoni che rispondano, di un pubblico a cui rivolgersi.
Ben l’Oncle Soul non ha mai preteso di reinventare il genere. Ha fatto qualcosa di più utile: ricordare a un pubblico francese, e non solo, che il soul si può parlare anche con un altro accento.
Ha suonato all’Alcazar Live il 19 gennaio 2024.